Il cammino del corpo e quello più silenzioso dentro di noi
Mancano ormai pochi giorni alla partenza. Lo zaino è aperto sul letto e, intorno, si è formato quel piccolo disordine che precede ogni viaggio importante: magliette tecniche, calze, cerotti, farmaci, un pile, il guscio per la pioggia, gli occhiali, la borraccia. Poi ci sono gli oggetti che sembrano indispensabili e che, probabilmente, resteranno a casa.
Prendo in mano ogni cosa e mi faccio sempre la stessa domanda: “Mi servirà davvero?”
Sul Cammino ogni oggetto ha un peso preciso. Ciò che a casa sembra leggero, dopo molti chilometri può diventare insopportabile. Si impara presto che partire significa anche scegliere: decidere che cosa portare con sé e che cosa avere il coraggio di lasciare.
E mentre guardo quello zaino penso che anche noi, nella vita, camminiamo portando pesi che non si vedono: una diagnosi, un dolore che dura, la paura di peggiorare, una perdita, un senso di colpa, una solitudine che non abbiamo mai raccontato a nessuno. Ci sono zaini che nessuna bilancia riesce a pesare.
Non parto da invulnerabile
Tra pochi giorni metterò lo zaino sulle spalle e partirò verso Santiago. Non parto da atleta e neppure da pellegrino invincibile. Parto a sessantotto anni, dopo che anche il mio corpo mi ha ricordato, più di una volta, che siamo creature fragili e che i nostri programmi possono cambiare improvvisamente.
Non credo sia necessario trasformare questa newsletter nella cronaca delle mie malattie. Ma non voglio nemmeno nasconderle, perché sono state proprio la fragilità, la convalescenza e il dolore a insegnarmi qualcosa che, forse, sui libri di medicina avevo letto senza comprenderlo fino in fondo: essere malati non significa smettere di essere vivi.
La malattia può cambiare il nostro passo. Può costringerci a fermarci, a chiedere aiuto, a rinunciare a una parte del percorso. Ma non dovrebbe avere il diritto di pronunciare l’ultima parola sulla nostra dignità, sui nostri affetti e sulla possibilità di provare ancora gratitudine e meraviglia.
La fragilità non è il contrario della forza
È il punto dal quale può nascere una forza più umana, meno rumorosa e più vera
Il cammino più lungo è quello dentro di noi. Il Cammino di Santiago attraversa boschi, pianure, salite, paesi e silenzi. Ma il sentiero più impegnativo non è sempre quello sotto i piedi. A volte è quello che si apre dentro di noi quando il rumore delle giornate si attenua e non possiamo più evitare le domande che ci accompagnano da tempo.
Che cosa sto cercando? Che cosa temo di perdere? Quali pesi continuo a portare anche se non mi servono più? Che rapporto ho con il mio corpo, soprattutto quando non risponde come vorrei? Riesco ancora a riconoscere la bellezza oppure guardo soltanto ciò che mi manca?
Camminare non risolve magicamente queste domande. Non cancella il dolore e non guarisce ogni malattia. Ma crea uno spazio interiore nel quale possiamo ascoltarle senza fuggire. Il passo ripetuto, il respiro, la fatica e il silenzio ridimensionano molte urgenze e ci riportano all’essenziale.
Per chi crede, il Cammino può diventare anche preghiera. Non necessariamente una preghiera fatta di molte parole, ma quella che nasce quando ci si scopre piccoli davanti alla strada, al cielo e alla propria fragilità. Una preghiera che non pretende sempre una guarigione, ma domanda la forza di abitare con fiducia anche ciò che non possiamo cambiare.
La salute perfetta non è la meta
Noi medici siamo abituati a inseguire valori ideali: una glicemia migliore, una pressione più bassa, un peso più adeguato, un dolore controllato. È giusto farlo. Curare significa prevenire, correggere e utilizzare bene tutte le possibilità che la medicina ci offre.
Ma esiste un rischio: far credere alle persone che la serenità potrà cominciare soltanto quando tutti gli esami saranno perfetti, il dolore sarà scomparso e il corpo tornerà quello di molti anni fa. Per molti pazienti quel giorno non arriverà. Eppure la loro vita non può restare sospesa in attesa di una perfezione biologica.
La salute non è soltanto assenza di malattia. È anche conoscenza del proprio corpo, capacità di adattarsi, libertà di chiedere aiuto, possibilità di mantenere relazioni, interessi e speranza. È imparare a distinguere ciò che possiamo cambiare da ciò che dobbiamo accogliere, senza confondere l’accettazione con la resa.
Accettare un limite non significa arrendersi
Significa smettere di combattere contro se stessi e usare le proprie energie per continuare a vivere
Ai miei pazienti
Vorrei dirvi questo: voi non siete la vostra glicemia, il vostro peso, la vostra pressione, la vostra cartella clinica. Non siete nemmeno la diagnosi che vi ha spaventato o il farmaco che dovete assumere ogni giorno. Siete persone intere, con un corpo da curare ma anche con una storia, degli affetti, delle ferite e dei desideri.
Non aspettate il giorno in cui avrete più tempo, meno dolore, meno problemi e una motivazione perfetta. Quel giorno potrebbe non arrivare. Cominciate dal passo che oggi vi è possibile, anche se è piccolo. Per qualcuno saranno dieci minuti a piedi; per un altro sarà alzarsi più spesso dalla sedia, uscire di casa, accettare una fisioterapia, chiedere aiuto o tornare a incontrare qualcuno.
I farmaci possono essere indispensabili, ma nessuna compressa può camminare al posto vostro. Allo stesso tempo, non colpevolizzatevi se il vostro passo è più lento di quello degli altri. Il corpo non è un esame da superare e la malattia non è una colpa.
Non vi chiedo di diventare atleti. Vi chiedo di non rinunciare, prima ancora di averlo cercato, a quel piccolo spazio di vita che la malattia non è riuscita a portarvi via.
Ai colleghi medici
A noi medici il Cammino ricorda una responsabilità: non basta indicare la meta. Dobbiamo aiutare ogni persona a trovare il proprio passo.
Scrivere sul referto “si consiglia attività fisica” è corretto, ma spesso insufficiente. Se consideriamo il movimento una terapia, dobbiamo prescriverlo con realismo: partire dalla storia del paziente, dal dolore, dalla paura di cadere, dalle sue possibilità economiche, dal tempo disponibile e persino dal quartiere in cui vive.
Ma c’è qualcosa di ancora più importante. Un buon medico non cura soltanto ciò che deve essere corretto: sa riconoscere anche ciò che, nonostante la malattia, è rimasto sano. Restituisce al paziente la percezione delle sue risorse. Non promette l’impossibile, ma non spegne la speranza.
Dietro una glicata troppo alta può esserci una persona che ha smesso di credere in se stessa. Dietro un aumento di peso può esserci un lutto, una depressione, una solitudine. Dietro una terapia non seguita può esserci non soltanto disobbedienza, ma paura, stanchezza o una cura diventata troppo pesante da portare.
Forse, prima di aggiungere l’ennesima prescrizione, dovremmo domandare: “Qual è il peso più grande che sta portando in questo momento? E quale passo sente davvero possibile?”
Curare significa talvolta guarire
Più spesso significa accompagnare, alleviare e impedire che una persona si senta sola dentro la propria fragilità.
Un patto sul cammino
La strada verso Santiago è lunga quasi ottocento chilometri, ma nessuno la percorre tutta in un unico passo. Anche la cura funziona così.
Il medico non può camminare al posto del paziente. Il paziente, però, non dovrebbe essere lasciato solo davanti a una prescrizione generica e a una montagna che gli sembra impossibile. Il medico indica una direzione, valuta i rischi, propone un inizio possibile e accompagna. Il paziente mette le scarpe, accetta la fatica e prova a compiere il proprio passo. Poi, insieme, guardano la strada e, se necessario, cambiano percorso.
Io medico non mi limiterò a dirti che devi cambiare. Cercherò di capire da dove parti, che cosa ti fa paura e quale passo puoi sostenere.
Io paziente non aspetterò di sentirmi perfettamente pronto. Proverò a prendermi cura di me senza vergognarmi dei miei limiti e senza confrontare il mio passo con quello degli altri.
Un raggio di sole
Sul Cammino ci saranno certamente pioggia, vento, stanchezza e qualche mattina nella quale le gambe non avranno voglia di ripartire. Ma so che, prima o poi, tra le nuvole si aprirà uno spazio e un raggio di sole illuminerà il sentiero.
Quel raggio non avrà cancellato la salita. Non avrà guarito il dolore e non avrà accorciato la strada. Avrà fatto qualcosa di più semplice: mi avrà mostrato dove appoggiare il piede per il passo successivo.
Forse la speranza è proprio questo. Non la certezza che tutto andrà come desideriamo, ma una luce sufficiente per continuare. La meta non è possedere una salute perfetta. La meta è conoscere il nostro corpo, prendercene cura e imparare ad abitare con serenità anche la parte fragile della nostra vita.
Quando arriverò a Santiago, se Dio vorrà, non credo che troverò un uomo diverso da quello che è partito. Spero però di trovare un uomo un po’ più consapevole, più riconoscente e meno impaurito dai propri limiti.
Perché il vero miracolo del Cammino non è arrivare senza ferite. È scoprire che, anche con le nostre ferite, possiamo ancora andare incontro alla luce.
Prima di salutarci, vorrei lasciarvi tre domande:
- Quale peso invisibile state portando nel vostro zaino?
- Quale limite avete bisogno di accogliere senza viverlo come una sconfitta?
- Qual è il piccolo passo possibile che potete compiere oggi?
Buon Cammino a tutti noi.


Complimenti di ❤️ dottore….la sua sensibilità tocca proprio l’anima di chi legge ogni sua parola…..
Buon cammino Dottore! Sempre belle le cose che lei scrive! Un saluto . Teresa Guzzonato .
Buon cammino
Bellissime parole!
Complimenti!
Buen camino Roby!!!
👏🏻👏🏻👏🏻👏🏻❤️
Ciao Roberto
Parti senza paura
L’Ho fatto tutto nel 2017 a luglio
L’esperienza più bella
Roberto Fabris
Buen Camino dottore..
ho fatto il percorso in bici nel 2015.. impreparato.. quanta fatica e dolori..ma sono arrivato a Santiago.,
Belle riflessioni e consigli..e stimolo a prenderne coscienza.
Grazie tante..
Caro Roberto sono Isabella. Le tue parole arrivano dritte al cuore e mi hai fatto riflettere, mentre piangevo. Anche io mi sto chiedendo che fardello mi sto portando, se il peso che ho non coincida con un inconscio non ascolto totale della mia anima e del mio cuore.
Sono onorata di esserti amica, conta sempre su di me, e insisto nel dirti che DIO sarà accanto ad ogni tuo passo. Perché sei una persona meravigliosa, coltissima, solare , rara . A parte la tua cara moglie che saluto con affetto, io sono qui. Puoi chiamarmi sempre, e lo farò anch’io, perché so che porterai anche me, i miei dolori, le mie sconfitte, le mie lacrime e i miei sorrisi, dentro il tuo zaino.
Che DIO SIA SEMPRE CON TE !!!
Con immenso affetto
La tua amica e collega Isabella.👋🏻👋🏻👋🏻
😻
Buon cammino Dottore
Che la luce illumini sempre i nostri passi e i nostri cuori per cercare di aiutare a portare e supportare il peso che ognuno di noi porta nel cuore nel fisico e nell’anima ❤️
BUON CAMMINO CARO DOTTORE
Che bello quello che hai scritto Roberto! Buon cammino! E viva la VITA, per quanto difficile possa a volte essere!! Un abbraccio.
Anna
Buon cammino dottore.
Io non potrò farlo, ma le chiedo un pensiero per me e Dario durante il viaggio.
Un abbraccio la mamma di Dario.
Mi associo con piacere nell’augurarLe un Buon Cammino nella certezza che il sacrificio e la fatica che questo Le comporterà, alla fine, conforterà pienamente tutte le sue aspettative. BUEN CAMINO.
Buon cammino Dott. Roberto. Io mi sento in viaggio con Lei; naturalmente!
Ed anche “Buon ritorno”! . . . Ettore