Profilo psicologico della persona con obesità e il viaggio verso il cambiamento
Carissimi colleghi e pazienti curiosi, se esistesse un premio Oscar per “miglior attore non protagonista dell’obesità”, la nostra mente lo vincerebbe ogni anno.
È furba, creativa, a volte burlona… e qualche volta ci gioca dei brutti scherzi.
Ecco perché, quando affrontiamo l’obesità, non basta parlare di calorie o metabolismo: dobbiamo fare i conti anche con quei 10 cm che separano la bocca dal cervello (sì, proprio quelli!).
Le persone con obesità vivono un dialogo interno spesso complicato:
- “Domani comincio.”
- “Questa volta ce la faccio.”
- “Ho fallito di nuovo.”
- “Non ne vale la pena.”
E la mente, puntuale come le tasse, rincara la dose con i suoi trabocchetti: pensiero “tutto o niente”, catastrofismo, fame emotiva, autodisistima, rimuginio.
Un vero teatro interiore.
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La mente che mente: i principali trabocchetti psicologici
Le persone con obesità – come tutti noi, in realtà – inciampano in alcune trappole mentali tipiche:
🔹 Pensiero “tutto o niente”
“Se la dieta non è perfetta al 100%, allora tanto vale finirsi la teglia di lasagne.”
Spoiler: no, non vale.
🔹 Catastrofismo alimentare
“Ho mangiato un biscotto… addio linea per sempre!”
Tranquilli: un biscotto non ha mai ucciso nessuno (se non si è allergici).
🔹 Autosvalutazione cronica
“Non ce la farò mai… non sono capace.”
La verità? Si può sempre ricominciare: vale per la vita e per la dieta.
🔹 Ricompensa emotiva
La famosa “fame nervosa”.
Quando le emozioni bussano… la dispensa risponde.
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Le fasi psicologiche: dal rifiuto all’accettazione corporea
Il corpo cambia, e la mente deve inseguire.
Spesso attraversiamo tappe emotive precise:
- Rifiuto
“Non sono poi così sovrappeso… è la bilancia che è rotta.” - Rabbia
“Perché proprio a me?” - Contrattazione
“Se sto attento una settimana, perdo 10 kg…” - Tristezza
Ci si sente senza speranza. - Accettazione
Non rassegnazione, ma consapevolezza: “È così. E da qui posso cambiare.”
L’accettazione corporea non significa rinunciare al miglioramento; significa volersi abbastanza bene da iniziare a curarsi davvero. Il peso non è solo sulla bilancia: è anche sul cuore
Chi soffre di obesità spesso porta sulle spalle:
- una storia di fallimenti dietetici (o presunti tali),
- una buona dose di vergogna corporea,
- un rapporto complicato con il proprio corpo,
- un’agenda emotiva fitta: stress, ansia, solitudine, frustrazione…
Molte volte il cibo diventa medicina delle emozioni, un antidoto momentaneo che però, a lungo termine, logora l’autostima.
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Strategie psicologiche pratiche (e con un pizzico di ironia)
- Mettere per iscritto gli obiettivi: non “perderò 20 kg”, ma “camminerò 20 minuti”.
- Mente curiosa, non giudicante: osservare la fame nervosa come un fenomeno, non come una colpa.
- “Piano B alimentare”: quando arriva lo stress, avere già pronte alternative più sane (tisane, passeggiata, telefonata all’amica simpatica).
- Premi non alimentari: un libro, un massaggio, un vestito… ma non una pizza XXL come premio della settimana.
- Un pizzico di mindfulness… che non guasta mai Respirare, fermarsi, osservare il sapore del cibo, riconoscere le emozioni… La mindfulness aiuta a mangiare meno impulsivamente e a riconnetersi al corpo. Non serve diventare monaci tibetani: bastano 3 minuti al giorno.
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Dieta: non punizione ma strumento
La dieta funziona se:
- è personalizzata,
- è sostenibile,
- non demonizza il cibo,
- tiene conto delle emozioni,
- permette qualche piacere senza sensi di colpa.
Le diete “miracolose” funzionano benissimo… per 10 giorni.
Poi arrivano frustrazione, fame e abbandono.
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Attività fisica: la medicina più sottovalutata
Senza fanatismi.
Basta muoversi “un po’ meglio, un po’ di più”:
- camminata quotidiana,
- esercizi anche leggeri per articolazioni fragili,
- attività adattate (acquagym, cyclette, camminate lente).
L’obiettivo non è diventare atleti, ma sbloccare un metabolismo addormentato e dare una mano all’umore.
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Farmaci per l’obesità: né miracoli né mostri
I nuovi farmaci anti-obesità sono uno strumento prezioso quando:
- dieta e attività fisica non bastano,
- c’è comorbidità,
- serve un aiuto per frenare la fame ipotalamica o l’impulso emotivo.
Non sono bacchette magiche.
Ma, con guida endocrinologica, possono:
- migliorare il controllo della fame,
- facilitare la perdita di peso,
- ridurre i rischi metabolici,
- sostenere la motivazione.
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Ma chi mi puo’ aiutare in questo percorso?
La persona con obesità non vive nel vuoto: vive in un contesto sociale spesso poco gentile.
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FAMIGLIA
- C’è chi cucina troppo.
- Chi critica troppo.
- Chi “incoraggia” gridando: “Mangia meno!”.
- Chi minimizza.
- Chi sabota inconsapevolmente.
Il ruolo dei familiari è cruciale: alleati o ostacoli, a seconda di come si muovono.
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SOCIETÀ
Viviamo in un mondo pieno di cibo ovunque e di giudizio costante. Il paziente con obesità viene visto come “senza forza di volontà”, e ciò ferisce più delle calorie in eccesso. Diciamoci la verità: viviamo in una società che da un lato ci bombarda di foto ritoccate, addominali scolpiti e influencer che vivono di avocado toast… e dall’altro ci mette una pasticceria ogni 50 metri. È come se i media ci dicessero: “Sii perfetto!” mentre la città ci sussurra: “Prendi un cornetto, ti meriti qualcosa di buono.”
Ogni settimana nasce una dieta miracolosa: quella del limone, della luna, del ghiaccio, del gatto yoga… e il risultato è che il paziente non dimagrisce, ma diventa poliglotta in lingue dietetiche.
La pressione sociale crea sensi di colpa, aspettative irrealistiche e l’illusione che il peso sia una questione di volontà, non di biologia, emozioni e contesto. Insomma, i media fanno più “body shaming” che informazione. La buona notizia? Con un po’ di ironia, scienza e spirito critico, possiamo aiutare le persone a capire che il percorso non è imitare i modelli su Instagram, ma imparare a volersi bene nel proprio corpo reale, non in quello filtrato.
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MEDICI
Spesso entrano nel mio studio pazienti abituati solo a chiedere farmaci per risolvere vari problemi. Mi sono fatto una analisi ed ho dedotto che spesso percepito come il “tecnico del metabolismo”, in realtà sono:
Il traduttore della biologia
Spiego al paziente che l’obesità non è pigrizia ma una malattia cronica, regolata da ormoni furbi (grelina, leptina & co.) che a volte si ribellano.
L’allenatore scientifico
Costruisco un percorso personalizzato basato su evidenze, non su mode del momento.
Lo sdrammatizzatore ufficiale
Aiuto i pazienti a capire che non sono “sbagliati”, ma intrappolati in una biologia che può essere gestita.
Il mio ruolo: metà endocrinologo, metà psicologo… totalmente umano
Lo confesso: non mi limito a misurare ormoni, glicemie e BMI.
Nel mio studio entrano persone, non diagnosi. Per questo un po’ endocrinologo e un po’ psicologo ci sono diventato davvero: uno che ascolta la storia, capisce le emozioni, osserva il contesto familiare e sociale, e poi mette insieme il puzzle della medicina biopsicosociale – quella che cura tutto l’essere umano, non solo la sua malattia. La mia missione è aiutare chi ho davanti a riconoscere che obesità e diabete e disfunzioni tiroidee non sono etichette identitarie, ma solocaratteristiche cliniche da gestire con serenità, competenza… e qualche sorriso.
E i medici di famiglia? La mia squadra preferita
Lavoro fianco a fianco con i Medici di Medicina Generale perché, diciamolo, sono loro che conoscono davvero i pazienti: dalla zia invadente al frigorifero troppo pieno.
La nostra alleanza permette di affrontare la complessità dell’obesità in modo coordinato, concreto e personalizzato.
Insieme accompagniamo il paziente:
i MMG fanno da “registi del quotidiano”, io porto la parte specialistica (metabolica e psicologica), e così costruiamo percorsi realmente fattibili nella vita reale — quella fatta di turni di lavoro, nipoti da prendere a scuola e tentazioni alimentari di ogni tipo.
In sintesi (con un sorriso)
Se il nutrizionista ti dice cosa mangiare, il dietista come mangiarlo, lo psicologo perché mangi, e il coach ti applaude… io mi occupo di mettere tutto insieme, aggiustare gli ormoni, smontare le paure, costruire un percorso realistico, e — quando serve — ricordarti che il cambiamento è possibile (anche di lunedì mattina).
Conclusione: la mente può mentire, ma il percorso può essere vero
Obesità significa biologia, emozioni, famiglia, società, e una buona dose di autoironia.
Significa imparare a convivere con una mente che a volte sabota e a volte sorprende.
Ma significa anche avere accanto una squadra:
Medico di Medicina Generale, psicologo, dietista ed endocrinologo che coordina e guida.
E ricordiamolo:
Non c’è cambiamento senza consapevolezza.
Non c’è cura senza gentilezza.
Non c’è dimagrimento senza squadra.
👥 E allora lo psicologo serve?
Sì. Punto.
Non perché la persona “sia matta”, ma perché la mente è parte della cura tanto quanto la dieta e l’esercizio fisico.
Lo psicologo esperto in disturbi dell’alimentazione e obesità aiuta a:
- riconoscere le emozioni che guidano la fame,
- ristrutturare i pensieri disfunzionali,
- costruire motivazione realistica e duratura,
- rompere il ciclo delle diete “yo-yo”,
- imparare l’arte della gentilezza verso sé stessi (la più difficile).
🛠️ Il medico di famiglia come “allenatore mentale”
Cari colleghi MMG: non dobbiamo fare gli psicologi, ma possiamo:
- normalizzare le difficoltà (“non sei tu che fallisci, è la malattia che è cronica e complessa”),
- suggerire percorsi psicologici validati,
- evitare la frase proibita: “basta mangiare meno” (pena la rivolta del paziente),
- accompagnare con continuità, non giudizio.
Il paziente con obesità non ha bisogno di critiche, ma di una squadra.
🧘 Un pizzico di mindfulness… che non guasta mai
Respirare, fermarsi, osservare il sapore del cibo, riconoscere le emozioni…
La mindfulness aiuta a mangiare meno impulsivamente e a riconnetersi al corpo.
Non serve diventare monaci tibetani: bastano 3 minuti al giorno.
🎯 Conclusione: la mente… mente?
Sì, qualche volta.
Ma possiamo imparare a conoscerla, educarla e trasformarla da “sabotatrice” a compagna di viaggio nella cura dell’obesità.
Perché ricordiamolo:
👉 La perdita di peso parte dalla testa, non dalla bocca.

