La medicina della longevità comincia molto prima della vecchiaia
L’Italia sta invecchiando. Lo leggiamo nei giornali, lo sentiamo nei dibattiti, lo vediamo nei numeri. Sempre meno giovani, sempre più persone sopra i 65, 75, 85 anni. Ma fermiamoci un momento.
Essere diventati un paese di anziani non è, di per sé, una cattiva notizia.
È anche il risultato di una delle più grandi conquiste della medicina: abbiamo imparato a curare malattie che un tempo uccidevano, controlliamo meglio il diabete, la pressione, il colesterolo, operiamo il cuore a età impensabili soltanto pochi decenni fa.
Abbiamo aggiunto anni alla vita. Adesso viene la parte più difficile: Dobbiamo aggiungere vita agli anni.
La carta d’identità conta. Ma non racconta tutto
Conosco persone di 75 anni che camminano, viaggiano, leggono, lavorano, coltivano interessi e fanno progetti. E conosco persone molto più giovani che hanno già perso una parte importante della propria autonomia. Perché? Perché esistono almeno due età.
C’è l’età anagrafica, quella scritta sulla carta d’identità. E poi c’è una sorta di età biologica, molto più complessa, che racconta come stanno realmente il nostro cuore, i nostri vasi, i muscoli, le ossa, il cervello e il metabolismo.
La prima non possiamo modificarla. Sulla seconda, invece, possiamo lavorare.
Il metabolismo non sa quanti anni abbiamo
Il nostro organismo non conosce la data della pensione. Il muscolo non sa che abbiamo compiuto 70 anni. L’osso non legge la carta d’identità. Il pancreas non conosce l’anno di nascita. La tiroide non sa se siamo nonni. Il nostro corpo continua, ogni giorno, a rispondere agli stessi segnali: movimento, alimentazione, sonno, ormoni, stress, relazioni, malattie e farmaci. Ecco perché non mi piace molto la frase: “dottore, alla mia età è normale…”
Dipende. È normale che il corpo cambi con il passare degli anni.
Non è necessariamente normale smettere di camminare bene, perdere rapidamente muscolo, diventare progressivamente sedentari, ingrassare nell’addome, dormire male e considerare inevitabile ogni perdita di autonomia. Invecchiare è fisiologico.
Lasciarsi invecchiare senza reagire è un’altra cosa.
Il nostro vero capitale? Il muscolo
Per molti anni abbiamo guardato soprattutto la bilancia. Oggi sappiamo che, con l’avanzare dell’età, dobbiamo guardare con grande attenzione anche ciò che la bilancia non ci racconta.
Quanto muscolo abbiamo? La perdita progressiva di massa e soprattutto di forza muscolare, la sarcopenia, è uno dei grandi nemici della longevità in salute. Il muscolo non serve soltanto per avere gambe forti. È un vero organo metabolico.
Aiuta a utilizzare il glucosio, sostiene l’equilibrio e la mobilità, protegge dalle cadute, contribuisce al mantenimento dell’autonomia e permette una migliore risposta dell’organismo durante una malattia o un ricovero. Per questo, dopo una certa età, perdere peso senza preoccuparsi di che cosa stiamo perdendo può essere un errore.
Dimagrire perdendo grasso è utile. Dimagrire perdendo soprattutto muscolo può renderci più fragili. La bilancia dice quanti chili abbiamo perso. Le nostre gambe ci diranno come stiamo invecchiando.
Il metabolismo invecchia con noi
Con gli anni cambiano la composizione corporea, la sensibilità all’insulina, il metabolismo energetico e spesso anche le nostre abitudini. Ci muoviamo meno. Perdiamo muscolo.
Aumenta più facilmente il grasso viscerale.
Ed ecco comparire quella compagnia che conosco bene nel mio ambulatorio: prediabete, diabete, obesità, ipertensione, alterazioni dei grassi nel sangue e steatosi epatica.
Non sono semplicemente numeri da correggere sul referto. Sono segnali che ci raccontano come stiamo costruendo gli anni che verranno. E non è mai troppo tardi per intervenire.
Una persona di 70 anni che comincia a muoversi di più, migliora l’alimentazione, riduce il peso quando necessario e controlla adeguatamente i propri fattori di rischio non sta cercando di tornare giovane. Sta facendo qualcosa di molto più intelligente:
Sta proteggendo il proprio futuro.
Ossa, vitamina d e rischio di caduta
C’è poi un patrimonio che accumuliamo lentamente e possiamo perdere quasi senza accorgercene: l’osso. Osteopenia e osteoporosi spesso non fanno male. La prima manifestazione può essere una frattura. E nell’anziano una frattura non è semplicemente “un osso rotto”: può significare immobilità, perdita di muscolo, paura di cadere nuovamente e perdita dell’autonomia. Per questo vitamina d, apporto adeguato di calcio, attività fisica, valutazione del rischio osteoporotico e prevenzione delle cadute non sono dettagli.
Sono pezzi della stessa strategia. Non stiamo curando soltanto un osso. Stiamo difendendo la possibilità di continuare a stare in piedi.
E poi c’è il cervello
Anche il cervello invecchia. Ma non ama essere messo in pensione. Gli fanno bene il movimento, un sonno adeguato, la curiosità, leggere, imparare qualcosa di nuovo, parlare con altre persone, avere interessi e sentirsi ancora utili. Perché esiste una medicina che prescriviamo sulle ricette. E poi esiste una medicina che non entra in nessun prontuario:
Avere ancora qualcosa da aspettare domani mattina.
La solitudine, l’isolamento e la perdita di ruolo sociale non sono semplicemente problemi “dell’umore”. Nell’età avanzata possono diventare veri determinanti di salute.
Non aspettiamo gli 80 anni
Qui sta forse l’equivoco più importante. Quando dobbiamo iniziare a occuparci della nostra longevità? A 70 anni? A 65? Dopo la pensione? No. Molto prima.
- La vecchiaia che avremo domani si costruisce, almeno in parte, con ciò che facciamo oggi.
- Con la pressione che decidiamo di controllare. Con il diabete che non lasciamo andare.
- Con quei chili addominali che smettiamo di considerare soltanto un problema estetico.
- Con il fumo che abbandoniamo. Con il muscolo che continuiamo ad allenare.
- Con l’osteoporosi che cerchiamo prima della frattura. Con una passeggiata che ripetiamo anche quando il divano sembra avere improvvisamente una forza gravitazionale irresistibile.
La longevità non si compra
Si parla sempre più spesso di longevity medicine, cliniche della longevità, test sofisticati, integratori, biomarcatori e tecnologie che promettono di rallentare l’invecchiamento.
- Alcune innovazioni sono interessanti e la ricerca ci offrirà certamente strumenti nuovi.
- Ma attenzione a non trasformare la longevità nell’ennesimo prodotto da vendere.
- Prima delle tecnologie più costose vengono cose sorprendentemente semplici:
- Non fumare, muoversi, conservare il muscolo, mangiare in modo equilibrato, dormire bene, controllare pressione, glicemia e colesterolo, mantenere relazioni sociali e curare tempestivamente le malattie.
- Non fanno molto rumore. Non hanno confezioni eleganti. Ma continuano ad avere un’enorme importanza.
Un pensiero per noi medici
Forse anche noi dobbiamo cambiare leggermente la domanda.
- Non soltanto: “quali malattie ha questa persona?”
- Ma anche: “come voglio aiutarla ad arrivare fra dieci anni?”
Accanto a glicemia, hba1c, pressione, colesterolo e tsh dovremmo imparare a osservare sempre meglio peso e composizione corporea, forza muscolare, capacità di camminare, rischio di caduta, salute dell’osso, nutrizione, sonno, memoria, umore e rete sociale.
- Perché curare una persona anziana non significa semplicemente aggiungere farmaci.
- A volte significa anche toglierne qualcuno. Significa prevenire la fragilità.
Significa conservare autonomia. E soprattutto significa continuare a vedere la persona prima della sua età.
Il mio messaggio
Non abbiate paura di diventare vecchi. Abbiate cura di come ci state arrivando.
Non possiamo fermare il calendario e, francamente, non credo sarebbe nemmeno desiderabile. Possiamo però continuare a camminare, usare i nostri muscoli, nutrirci meglio, curare ciò che deve essere curato, coltivare relazioni, mantenere curiosità e costruire progetti.
La longevità non comincia a 80 anni.
Comincia questa mattina
A tavola. Sulle scale. Durante una passeggiata. Davanti a un esame del sangue che decidiamo di non ignorare. Dentro quella piccola decisione quotidiana con cui scegliamo di prenderci cura di noi. Perché alla fine la domanda più importante non è: “quanto vivrò?”
La domanda è: “come voglio arrivarci?”
E a questa domanda, almeno in parte, possiamo cominciare a rispondere oggi.
Dott. Roberto Mingardi
endocrinologia, metabolismo e medicina della persona


Ottimo articolo, da mettere in pratica sforzandoci di utilizzare i consigli ricevuti ,Grazie dottore..
Devo dire che i suoi articoli sono molto interessanti e mi faranno veramente riflettere nel gestire al meglio le mie giornate. Dall: alimentazione, movimento, ect.
Io come peso in base alla mia altezza sono nella fascia normale.
Ma dopo la menopausa sono cresciuta nella sona addominale e seno. Il mio intestino è molto pigro. Ma
ho due gambe magre. sinceramente con non tanta massa muscolare. Devo cominciare a essere meno pigra nell’uscire a passeggiare, anche quando preferirei rimanere sul divano a leggere un libro.
Grazie per tutte queste informazioni che trasmette nel suo sito.
Buona giornata.